Alessandra Vinattieri

La vita con un adolescente? Un allegro deliriodi Alessandra Vinattieri

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A guardare il dato anagrafico di figli adolescenti ne avrei solo uno, il maggiore che ha compiuto 15 anni a marzo. In realtà mi sembra che i tempi ormonali si siano dilatati all’infinito. Noi diventavamo adolescenti a 14 anni e lo eravamo fino a 18, loro lo sono già a dieci anni e lo rimangono fino a 30, quindi anche il decenne-e-mezzo è in piena turba pre-adolescenziale.

Tutto ciò significa che viviamo in una situazione perennemente in bilico tra le risse più truculente e le risate più incontrollabili.

Quando guardo Marco ogni tanto mi viene da chiedermi chi sia quel perticone di oltre un metro e ottanta che divide la casa con noi, solo dal colore degli occhi e dall’inconfondibile neo sotto il labbro inferiore lo riconosco come il pupattolo paffutello dal biondo caschetto che era mio figlio. Credo di essere tutto sommato fortunata a coabitare con un adolescente mediamente bravo a scuola – dopo tre anni d’inferno alle medie le superiori sono iniziate con buoni voti e nessun problema disciplinare – le cui uniche passioni sembrano essere il basket e i giochi di prestigio con le carte. Le sue amicizie, le sue frequentazione, sono quasi esclusivamente legate all’ambiente sportivo, non ha mai chiesto di andare in discoteca o di uscire la sera, al limite qualche cinema nelle domeniche invernali ma, appena il clima lo consente, e non vuol dire che debba fare caldo ma al limite che si sia sciolta la neve, prende il pallone e parte in direzione parco o oratorio con i suoi soci. Detta così sembrerebbe in discesa, in realtà è un delirio.

Per esempio, so già che oggi tornerò a casa sicuramente intorno alle 17.30, ed è una giornata “buona” perché il nano non ha catechismo o impegni sportivi, lui sarà andato all’allenamento e la sua porzione di camera sarà una devastazione assoluta, con tre o quattro cambi d’abito sparsi tra letto, sedia e pavimento, due o tre paia tra scarpe e ciabatte lanciate nei posti più indicati per farmi inciampare, lo zaino di scuola messo per traverso e, se mi dice proprio proprio male, qualche sacchetto di plastica contenente mutande bagnate ad abbellire il tutto. Già, perché la doccia in palestra si fa con le mutande indosso (grandi, grossi e battaglieri in campo, negli spogliatoi hanno vergogna di mostrare il pistolino nonostante si conoscano da quando lo avevano ancora implume) e poi le si mettono in un sacchetto e le si lasciano nel borsone della palestra fino a quando, in un attimo di distrazione, decidono di scappare da un pertugio rimasto aperto.

E so già che, nonostante l’allenamento finisca alle 17.00 e la palestra sia sotto casa, si presenterà alla porta se va bene intorno alle 18.30, gli urlerò contro di tutto con il risultato, a seconda dei giorni, o di vedermi ignorata a favore del cellulare oppure di sentirmi chiedere perché urlo. Urlo perché ti sto dicendo le stesse cose da almeno tre anni, porca miseria! A dire il vero c’è anche la terza opzione, che è quella in cui anche lui si mette a urlare e conclude dicendo che dal fratello certe cose non le pretendiamo.

Qui urge un chiarimento: rifarsi il letto e mettere a posto la roba stirata e compito di entrambi, apparecchiare la tavola e prendere la frutta dopo i pranzi è compito di entrambi. Mettere a posto la loro parte di stanza sarebbe compito di entrambi. Non lo fanno, se lo fanno lo fanno litigando e con il calibro e il bilancino di precisione a portata di mano per vedere chi ha fatto di più. Poi, senza preavviso e senza perché, mi zompa addosso, mi abbraccia e mi solleva, mi prende in giro perché sono più bassa di lui, mi chiama Mommy e vuole il bacino della buonanotte.

Mi racconta tutto quello che succede in classe o all’allenamento, a volte anche quello che preferirei non sapere ma dei suoi affari di cuore non so più niente dai tempi della seconda media, in compenso sono aggiornatissima sulla media punti di Lebron James nell’ultimo cambionato NBA.

Marco non è un fashionista estremo né un fissato per le marche, ama vestire casual ma non sopporta i risvoltini, i pantaloni da talebano e i cappellucci con visiera portati appoggiati sulla sommità del capino. Dirai che uno così è facile da accontantare. Col cacchio. Se gli compro qualcosa io non va MAI bene, e ovviamente il fatto che non va bene verrà allo scoperto trascorsi gli otto giorni che il negozio prevede come termine per il cambio, ma guai a dirgli “ti do i soldi, vai e compra quello che vuoi”, la risposta sarà sempre “mommy, vieni con me… Mi dai un consiglio!” E io passo i pomeriggi semisvenuta sul divanetto del negozio ad attendere che lui abbia provato 35 abbinamenti di t-shirt, camicia e pantaloni. Poi arriviamo a casa, mettiamo tutto nell’armadio e lui esce con i pantaloni di felpa o con quelli da basket.

Insomma, viviamo in una giostra perennemente in movimento, divertente ma i capogiri e la nausea sono in agguato, a volte penso che dovrei abituarmi, che anche gli ormoni di Matteo stanno facendo capolino e già con lui ci sono le avvisaglie di quel muro contro muro che col fratello è ormai prassi da un po’. Con un adolescente è difficile, con due rischio di passeggiare sull’orlo del baratro per un bel po’. Poi lo vedo che si prepara per la scuola, ha la foto di classe e si è vestito bene, con i pantaloni scuri, la camicia azzurra e il golf da bravo ragazzo sulle spalle. Lo vedi che si specchia, si pettina e si mette il profumo dietro le orecchie. Il profumo. Per la foto di classe. Ecco, mentre muoio dal ridere seduta sulla tazza del water penso che comunque anche solo per questi momenti ne valga veramente la pena.

 

Alessandra Vinattieri: primipara attempata di un adolescente, mamma-dinosauro di un decenne-e-mezzo. Unica donna con tre uomini a tempo pieno e un suocero a mezzo servizio, lavoratrice full-time che a volte vede la scrivania dell’ufficio come un’oasi di tranquillità.