Violenza sulle donne, tutti i motivi per cui non riusciamo a salvarledi Nadia Somma

547

Ogni anno in Italia, oltre 100 donne vengono uccise da uomini, ex, compagni, mariti: una su quattro aveva sporto denuncia. Le violenze nelle relazioni di intimità non si concludono tutte, per fortuna, con l’uccisione delle donne e consistono in maltrattamenti fisici, psicologici, sessuali che si consumano nella quotidianità, spesso ignorati da chi conosce o frequenta le vittime ,colleghi di lavoro, familiari, vicini di casa.

L’Istat ha stimato che in Italia sono quasi 7 milioni le donne che hanno subito nel corso della loro vita qualche forma di abuso. I numeri della violenza, compreso le donne uccise, non sono certi, perché manca ancora un osservatorio nazionale sulla violenza di genere e i dati in nostro possesso sono parziali. Dal primo gennaio 2017 ai primi di maggio, sarebbero più di 20 le donne uccise per mano maschile: una media di una vittima ogni tre giorni. Negli ultimi dieci anni le donne uccise in Italia sono state 1.740, di cui 1.251 (il 71,9%) in famiglia. Un altro fenomeno preoccupante è quello dello stalking che consiste negli atti persecutori messi in atto da partner che non si rassegnano alla separazione o non accettano un rifiuto. Sono 3 milioni e 466 mila in Italia, le donne che nell’arco della propria vita hanno subito stalking, il 16% delle donne tra i 16 e i 70 anni. Di queste, 2 milioni e 151 mila sono le vittime di comportamenti persecutori dell’ex ma il 78% delle donne che ha subito stalking, quasi 8 su 10, non si è rivolta ad alcuna istituzione e non ha cercato aiuto.

Dobbiamo porci due domande: perché le donne non chiedono aiuto? E perché quando lo chiedono non sempre ricevono protezione?. È vero che nei confronti di questo fenomeno è aumentata notevolmente l’attenzione, sia a livello sociale che politico, anche grazie all’attività e all’esperienza dei Centri antiviolenza che nati a partire dagli anni ’80, hanno contribuito a fare emergere il fenomeno e a progettare risposte per le donne che vogliono dire basta alla violenza. Dal 2008 sono rappresentati dall’associazione nazionale D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza e la loro peculiarità è l’analisi del fenomeno della violenza come un problema culturale originato dalla disparità di potere tra uomini e donne. I Governi che si sono succeduti negli ultimi dieci anni, hanno cercato di affrontare il problema con maggiore determinazione ma le misure prese, sono state tendenzialmente di carattere securitario e repressivo, e poco è stato investito nella prevenzione del fenomeno, nella formazione e nel sostegno ai Centri antiviolenza.

Ancora oggi nel nostro Paese mancano luoghi, le Case rifugio, che possano accogliere donne con senza figli. In base alle direttive europee in Italia dovrebbero esserci almeno 6mila posti letto per donne in fuga dalla violenza ce ne sono solo 500 o poco più, e i servizi offerti dai Centri vivono nella costante precarietà per l’inadeguatezza o la discontinuità dei fondi. Un altro problema è la formazione di coloro che operano nelle istituzioni (servizi socio-sanitari, forze dell’ordine, tribunali) che devono saper riconoscere la violenza, lo stalking ed i fattori di rischio. Purtroppo la capacità istituzionale di fronteggiare la violenza nelle relazioni di intimità è disomogenea sul territorio nazionale, dove convivono esperienze virtuose e fallimentari. A volte la possibilità di uscire dalla violenza o restarci dentro dipende dalle risorse del luogo di residenza della vittima ma la sopravvivenza al maltrattamento non dovrebbe essere legata alla fortuna.

Un altro aspetto del problema è la scarsa applicazione delle leggi a protezione delle donne. Misure cautelari o di protezione,come l’arresto o l’ordine di allontanamento, non sempre sono applicate con tempestività anche se c’è pericolo per la donna e i tempi processuali per ottenere condanne sono troppo lenti. Se una donna dopo la denuncia non viene messa in protezione e ospitata in una struttura, deve escogitare soluzioni da sola. Spesso le donne per sottrarsi alle minacce e allo stalking e reggere l’angoscia della costante minaccia dell’ex, vanno a vivere a casa di familiari o amici ma questo non è certo sufficiente a tutelarle. Così è accaduto a Letizia Primiterra assassinata dal marito ad Ortona lo scorso mese di aprile, dopo essersi rifugiata da un’amica. O ancora Gessica Notaro, sfigurata con l’acido dall’ex, lo scorso mese di gennaio, nonostante le denunce per stalking. Troppe donne dopo lo svelamento della violenza sono lasciate ostaggio della paura e troppi uomini sono lasciati ostaggio della loro stessa violenza. Il risultato è il rischio di reiterate e gravi violenze fino al femminicidio.

Le donne sono messe in difficoltà anche quando la violenza viene scambiata per conflittualità di coppia. Ultimamente i tribunali inviano coppie alla mediazione familiare anche quando la donna ha denunciato di aver subito violenza. Un tipo di percorso che deve essere assolutamente escluso in situazioni di maltrattamento perché espone la donna al pericolo e non è funzionale a far diminuire le violenze. Affinché queste cessino, la strada maestra sono i percorsi individuali per gli autori di violenze, in centri specializzati come i Cam (Centri ascolto maltrattanti) perché l’ antidoto alla violenza non è la conciliazione ma l’assunzione di responsabilità di chi la commette.

Anche il principio della bigenitorialità a qualunque costo è una parte del problema. La bigenitorialità che è giusto applicare in situazioni di normalità deve essere assolutamente esclusa nei casi di violenza (come indica la Convenzione di Istanbul), perché il diritto alla genitorialità non deve mettere a rischio i minori. Infine, i soggetti istituzionali e non istituzionali che possono incontrare situazioni di violenza devono dialogare tra loro, fare rete e creare sinergie e rispettare i protocolli a tutela delle donne che denunciano violenze. Una cosa è certa, è una scelta politica fare emergere il problema della violenza contro le donne.

Qui l’elenco dei centri antiviolenza in Italia.. Il numero da chiamare invece è 1522.

Nadia Somma si è occupata  di cronaca nera e giudiziaria per 13 anni  lavorando per quotidiani e settimanali della provincia di Ravenna  ed ha collaborato con La Voce di Indro Montanelli. Ha conosciuto l’esistenza dei luoghi che accolgono donne vittime di maltrattamento nel 1991 durante una conferenza stampa sulla fondazione del Centro antiviolenza Linea Rosa a Ravenna.  Da sempre attenta al problema dei diritti delle donne e femminista, è entrata dentro la notizia divenendo socia fondatrice di Linea Rosa collaborando  con il centro anti-violenza ravennate dal 1991 al 2001. Nel 2005 ha fondato l’associazione Demetra donne in aiuto a Lugo di Romagna,  di cui è stata presidente fino al 2015. E’ stata addetta stampa D.i.Re  Donne in Rete contro la violenza ((l’associazione nazionale che rappresenta più di 70 Centri antiviolenza in Italia) e attualmente fa parte del Consiglio direttivo  D.i.Re in rappresentanza del Coordinamento dei Centri antiviolenza dell’Emilia Romagna. Cura un blog sul Fatto quotidiano. Si occupa di comunicazione, formazione e counseling privato.

comments icon 15 comments

Write a comment...

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *