Tradimento, come disinnescare la tragedia

DI ELISABETTA AMBROSI                                               Sì, ho due fratelli e una sorella. Cioè, sono figli di mio padre e di Sara, che è sua moglie, per me una specie di seconda mamma, comunque qualcuna a cui voglio molto bene». Francesca è alta, bionda e molto bella, di una bellezza non italiana, anche se parla con un accento dialettale. Sua madre è russa, anche se è sempre vissuta in Italia. Lavora alla scuola parrucchieri di Roma perché vuole imparare tutte le tecniche possibili, viaggiando, e poi forse, più avanti, aprire un negozio.

Racconta con semplicità la sua storia. Suo padre, sposato e con tre figli, un giorno va in Russia, per comprare degli occhiali, ha un negozio di ottica, e lì si innamora di una ragazza russa. Nasce una bambina, in Italia: lei appunto. Per un po’ i due non si vedono, «anche se mio padre c’era sempre». Poi, a un certo punto, la decisione: Francesca viene presentata alla famiglia, accolta con un’altra sorella, e cresce un po’ con loro un po’ con la madre. La quale, invece di essere tenuta a distanza, diventa anche lei parte della famiglia, pur vivendo in un’altra casa. «Persino i miei parenti della Bielorussia o di Mosca quando vengono in Italia vanno tranquillamente a dormire a casa di Sara».

Le chiedo come abbia vissuto tutto questo, e lei risponde bene, parla ancora dei suoi fratelli e delle sue sorelle, si vede che è stata amata. E poi le domando, mentre lei con infinita attenzione accorcia le punte di una cliente,  se suo padre si fermava a casa sua, quando veniva a trovare sua madre. Non è imbarazzata, non ricorda bene, ma ripete che c’era sempre, e questo era quello che per lei è contato.

Insomma le cose sono andate così: una possibile tragedia, un uomo sposato con figli che si innamora e fa una bambina con un’altra, viene disinnescata con la forza dell’intelligenza attraverso la più fondamentale delle strategie: l’accettazione, di qualcosa che non è un omicidio, non è una violenza, ma comunque un atto nato da un sentimento.

Sarebbe potuto accadere il contrario: la moglie che imponeva una scelta, o me o lei, con la conseguenza che, magari, Francesca sarebbe cresciuta sola, isolata, senza vedere quasi mai il padre né conoscere i fratelli. Oppure, il contrario, con la conseguenza di tre bambini separati dalla presenza del padre e dell’altra sorella, esposti a una vicenda troppo grande per loro. Invece le cose sono andate diversamente grazie a questa strana, forse non direttamente voluta, condivisione di un uomo da parte di due donne.

Ci hanno rimesso le madri? Forse no. Probabilmente questa specie di “poligamia all’italiana” ha funzionato per tutti, attenuando i conflitti, evitando scelte epocali che a volte sono necessarie a volte sono semplicemente stupide.

Francesca ha finito e saluta sorridendo. Ha un tatuaggio che recita una frase che le è piaciuta: “Impara ad amare te stessa”. Non so se augurarle di vivere più avanti – ha vent’anni – una storia di amore romantico e assoluto, oppure una vita fatta soprattutto di amori allargati, di dimensioni parallele e incrociate. Intanto lei è ha imparato, vivendo, che si può essere felici anche in un altro modo. In quel modo che la maggioranza magari giudica immorale e impossibile.

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