«Scuola italiana, servono soldi a palate, subito. Ecco perché»

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DI ALESSANDRA SPADA

La scuola italiana è alla frutta e io vedo in giro troppa poca gente indignata.
Non fraintendetemi, non penso assolutamente che sia una cattiva scuola, se i miei fgli sono riusciti a cambiare paese, classe, lingua e a ottenere in meno di sei mesi più che la sufficienza in tutte le materie, tedesco compreso, non credo sia per le loro doti eccezionali ma per il fatto indubbio che sono arrivati preparati e motivati e che sapevano studiare, anche a sette anni. La scuola italiana è mediamente una buona scuola, nonostante tutto.
 È quel nonostante che a me non va giù.
 Nonostante non ci siano la carta igienica e il sapone e i genitori si arrabattino ogni anno per organizzare le più bizzarre attività di raccolta fondi per comperarli. Nonostante abbiamo alcuni insegnanti motivati che continuano a dare il massimo pur nella carenza di strutture e servizi e almeno altrettanti senza alcuna vocazione per l’insegnamento che occupano posti e rubano tempo ai nostri figli, per non dire dei danni che possono provocarei.
Nonostante da non so quanti anni (ma mi riprometto di scoprirlo) il bilancio dedicato alla scuola subisca tagli pesanti. Io per prima ho fatto parte di quei genitori che dopo il lavoro dedicano del tempo alla scuola e mi è piaciuto molto, ci siamo divertiti, abbiamo condiviso l’impegno per una causa che ritenevamo giusta, abbiamo supportato i nostri fgli e quelle eroine delle loro maestre e giocato a montare tanti alberi di Natale, banchetti delle feste, palchi da concerto, macchine della cioccolata e delle granite. Ma ora che vedo le cose da un’altra prospettiva, con le Alpi di mezzo e guardando verso sud, c’è qualcosa che non mi torna e così com’è non sono sicura che sia la causa giusta da sostenere, almeno in questo modo. Servono soldi, a palate, subito.
Le piazze si riempiono di insegnanti precari che giustamente chiedono un posto, è un loro diritto, gli è stato fatto credere che intraprendendo quegli studi e sottoponendosi a quei concorsi avrebbero potuto averlo.
Ma perché non si riempiono di genitori che chiedono per i loro bambini la carta igienica e i fogli, le matite, le lavagne interattive, i libri per le biblioteche e dotazioni informatiche di questo millennio
 O, almeno, se non ci diamo più di riempire le piazze, perché non pretendiamo che nell’agenda di chi decide i soldi per l’istruzione siano tra le prime righe? Mi sembra che ci sia quasi una sorta di pudore nel dichiarare il reale stato di abbandono della nostra scuola pubblica, come se ci toccassero nel profondo orgoglio genitoriale, per cui “non vi preoccupate del sapone del mio bambino mi occupo io, mica che non mi posso permettere di portare la carta igienica o di mettere 200 euro (l’anno a glio) nel fondo classe per le gite…”. Ma non è giusto!
 Come non è giusto che così tanto si chieda alle famiglie nel sostegno allo studio: non ci rendiamo conto che è un modo per perpetuare la differenza tra chi a casa ha dei genitori che hanno studiato, e sono madrelingua italiani, e chi invece noi? Quando faccio questa affermazione c’è sempre qualcuno che mi cita la bambina flippina o il bambino cinese primo della classe. Certo, durante il tempo libero vanno ad aiutare i genitori al mercato o al bar, se ce la fanno loro possono farcela tutti. Ma vogliamo una scuola di tutti o solo di chi ha qualcuno con cui studiare tutte le sere o di chi deve farcela a ogni costo per riscattare il viaggio in barcone della sua famiglia? E tutti quelli che stanno nel mezzo?

Una cara amica psicologa mi ripete spesso che la scuola serve a imparare a reggere le frustrazioni. Bene, non c’è dubbio che gli studenti italiani facciano molto allenamento in questa disciplina, tanto che, appena varcano le frontiere e viene dato loro uno straccio di laboratorio e strutture per la ricerca, si trasformano in quelle eccellenze di cui ci vantiamo. Ma ci rendiamo conto che è come se facessimo di continuo regali ad altri paesi?
Qui in Svizzera è fortissima la percezione che è sui banchi di scuola che si forma una nazione.
La cultura comune, il senso di appartenenza, i valori si trasmettono ai piccoli nella scuola di tutti. Per avere il permesso di soggiorno ci vuole un certo numero di anni trascorsi nel paese, ma tutti gli anni prima di averne compiuti dodici valgono doppio perché si è andati a scuola insieme agli altri, si è imparato a scrivere nella stessa lingua, si è cresciuti parte di una comunità. Che tipo di comunità vogliamo costruire in Italia disperdendoci nei mille rivoli delle scuole private, a cui sono costretti a rivolgersi normali genitori che lavorano e non possono passare pomeriggi a fare i compiti, o semplicemente che non vogliono doversi occupare di comperare la carta igienica per la scuola? È il senso dell’investimento che manca nella scuola italiana. Ora che la guardo da qui il confronto è stridente. E non si tratta solo di grandi investimenti ma di un atteggiamento generale, a partire dalle piccole cose.

La montagna, per esempio, che è il loro paesaggio, il loro patrimonio comune.Lo sci e tutto il suo indotto sono una delle più importanti voci d’entrata di questa nazione alpina ma richiedono denaro che non tutte le famiglie possono permettersi: e così, in tempo di crisi, il settore è a rischio. Cosa fa la scuola allora? Organizza per tutti a partire dai dieci anni (prima li portano a pattinare sul ghiaccio) una settimana obbligatoria sulla neve, per un costo modico e con il sostegno attivo di insegnanti ed educatori. Imparano uno sport, passano una settimana lontani da casa, rafforzano lo spirito di gruppo, imparano a conoscere il loro paese. E, in più, nasce una nuova generazione di sciatori e il settore è salvo.
Lo stesso ragionamento vale per l’arte, con le visite a musei e monumenti, con le giornate destinate ai festival letterari o in biblioteca.
 E lo stesso vale per l’integrazione, argomento spinoso di questi tempi. Qui nella Confederazione, una volta che si è ottenuta la cittadinanza (e ce la si può fare in meno di dodici anni), si diventa svizzeri a tutti gli effetti. E a scuola, dal primo giorno, tutti hanno diritto per almeno due anni a un corso di francese e di tedesco quasi individuale, da svolgersi durante l’orario scolastico. L’anno scorso, poco prima di traslocare, abbiamo avuto un col- loquio con il direttore della futura scuola dei ragazzi. Quando gli ho chiesto che cosa potevo fare per sostenerli nel delicato passaggio, linguistico e scolastico, l’elegante signore mi ha guardata inarcando le sopracciglia, appena un velo di compassione nello sguardo: “Non si preoccupi, signora. Noi qui cerchiamo di fare tutto a scuola quello che serve”.
Ancor più di sale sono rimasta quando alla fine della visita gli ho chiesto la lista dei materiali da portare. “Una penna, signora, il resto lo forniamo noi.” E il primo giorno abbiamo scoperto che il resto era un ben di Dio di materiali, libri, quaderni, calcolatrice, penna stilografica, matite colorate Caran D’Ache (altra impresa svizzera sostenuta), vocabolario, righello, gomma. Così davvero tutti, da dovunque arrivino, in classe se la possono giocare ad armi pari.La scuola svizzera non è perfetta, ma funziona. Perché vogliono che vada bene, non nonostante tutto.

(Questo testo è tratto dal libro di Alessandra Spada, Faccio quello che posso, Giunti editore. Si ringraziano l’editore e l’autore. Insieme al libro è nato anche un blog collettivo). 

«Come è nato Faccio quello che posso»

DI ALESSANDRA SPADA

Due anni fa, esattamente in questi giorni stavo preparando una festa d’addio. Si avvicinava il mio compleanno e da meno di due settimane avevamo deciso che finita la scuola ci saremmo trasferiti in Svizzera. Avremmo ricongiunto la nostra famiglia dopo anni di pendolarismo. E io andavo verso l’ignoto.
Mio marito aveva il suo lavoro, ragione del nostro trasloco, i ragazzi avrebbero trovato un’ottima scuola e imparato parecchie lingue. Io avrei chiuso lo studio, cercato di rifarmi una vita e di non soccombere alla nostalgia.
Sapevo che il salto sarebbe stato enorme, e non potevo farlo a mani vuote, dovevo trovare qualcosa che mi piacesse fare e che mi consentisse di stare vicina ai ragazzi in questo enorme cambiamento. Se poi fosse stato utile non solo a me, mi sarei sentita meglio.
Ho riguardato i miei quaderni colorati, dove da sempre annoto pensieri e letture, che nelle lunghe serate invernali con un marito lontano si erano riempiti di bambini e genitori, e dubbi e curiosità.
Mi sono chiesta se da lì potesse venire qualcosa di buono, e ho pensato che era assurdo che fossimo in tanti a sentirci soli appena diventati genitori.

Così è nato Faccio Quello Che Posso, mettendo insieme le mie passioni e necessità, il disegno e la scrittura, col desiderio di farne un oggetto semplice, un po’ libro, un po’ diario, un po’ quaderno delle ricette . Fatto per parole chiave, da leggere come fa comodo, non per forza tutto in fila, con spazio per i propri appunti.

Mentre nasceva il libro, mi è stato chiesto di pensare a un blog, e lì mi sono domandata cosa potesse servire che non ci fosse già. Ho sentito la necessità di un luogo di condivisione per genitori, dove proseguire il passaparola oltre il libro. Dove lasciare depositare storie, che un giorno potremo cucire insieme per leggerne un disegno più grande, che dica di come abbiamo provato a fare i genitori. E questo è Faccio quello che posso che ha la porta sempre aperta per chi ha voglia di raccontare.

E poi c’è l’ultimo nato. #raccontiamo insieme la Mia storia. Perché in mezzo a tutti questi racconti ci vuole spazio per quello dei nostri bambini, che insieme a noi possono scoprire le proprie radici per poi spiegare le loro ali, ma che alla fine saranno loro a scrivere una storia di cui sono protagonisti, e noi potremo solo essere fieri e lasciarli andare. L’album fa spazio a esplorazioni e ricordi, accompagna e sostiene, invita i genitori a mettersi in gioco, offre ai figli un angolo tutto per loro.

Oggi ho una nuova prospettiva, col Monte Bianco a sud, piena di treni per tornare a casa, ma anche di modi diversi di fare scuola e crescere i figli, e questo mi permette di guardare al mio paese con occhi più aperti, non solo con nostalgia.

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