Prematuri, quell’attesa estenuante per poterli abbracciaredi Marcello Florita

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Tra i diversi significati di “prematuro” c’è quello di “anticipato”. Tutto ciò è incredibile pensando a quello che si vive quando nasce un bambino prematuro. La prematurità comporta attesa. Una lunga estenuante attesa. L’attesa subito dopo che è nato perché devono cercare di farlo respirare. L’attesa dopo che lo hai salutato per un secondo, mentre medici e infermieri lo maneggiano, intubano, contengono affinché il loro anticipo dia vita. L’attesa di rabdomanti che trovino vita, in un corpo che sembra non averne. Mentre tu attendi. In una sala d’attesa che all’inizio è una piccola stanza e poi si chiama TIN, Terapia Intensiva Neonatale, lui è già nato. Il suono di Tin è metallico e freddo, così come le sue mura. In TIN aspetti di toccarli, aspetti di abbracciarli, aspetti di sentirti genitore.

Sono uno psicologo, uno psicoterapeuta ad indirizzo psicoanalitico, ma soprattutto, da 3 anni a questa parte, sono un genitore di due gemelli nati prematuri. Filippo e Francesca sono nati a 6 mesi e mezzo, e pesavano circa novecento grammi. Quanto una vaschetta di gelato, di quelle che si portano a casa e si dividono allegramente tra amici. Quei 900 grammi sono gustosi, saporiti, colorati e ridanciani. Certe volte sono così piacevoli che si condividono con un solo cucchiaio tutti intorno ad una vaschetta bianca. Come si usa fare intorno ad una culla. I nostri 900 grammi non si condividono (in TIN possono entrare solo i genitori), non si ridono e, al posto di una vaschetta fredda o di una culla morbida, sono contenuti in un’incubatrice. I nostri 900 grammi sono quelli di Filippo e Francesca, distribuiti in 35 centimetri tra dita scheletriche, un enorme testa con due occhi lividi e spenti, delle gambe ossute, una pelle chiazzata e abbondante, e una cassa toracita così scarna da ricordare una scatoletta di Shanghai. È con la stessa pavida delicatezza con cui giochi e prendi quei bastoncini colorati, che tocchi i tuoi figli. Ti dicono di toccarli con cautela, ti dicono che loro dovrebbero essere in pancia e là, nel mondo intrauterino, i contatti sono mediati dalla calda placenta. Ti dicono che il contatto deve essere contenitivo, non stimolante, non pesante, non ruvido, non terreno. E se potessi, non li toccheresti nemmeno, anche se, fino a qualche giorno prima, sognavi solo quello. Il contatto. Un abbraccio. Ecco è tutto anticipato. Troppo anticipato. Così anticipato che devi aspettare. Non puoi abbracciarli, e non puoi sentirti genitore.

L’esperienza di un genitore in TIN è dura, asfissiante. Come i respiri dei nostri figli. I loro respiri sono disarmonici, impacciati o violenti, più simili ad uno starnuto o ad un respiro di piuma; più che aiutare e ossigenare il corpo sembra impicciarlo. E tu, genitore, non puoi fare niente. Attese lunghe e impotenza. L’impotenza è una sensazione perennemente presente in TIN. Vorresti poter fare, aiutare, allattare, ma nulla. Non c’è nulla da fare, solo attendere. Così quando iniziano a parlarti di kangaroo care, ti sembra un miracolo. Puoi mettere tuo figlio sul petto, pelle contro pelle, e stare con lui sdraiato a dormire insieme. Wow. Nonostante i tubi, le cannule, i cappellini, i fili e i novecento grammi, ora li puoi toccare. Pelle contro pelle. La nostra genitorialità è da nouvelle cuisine, ci accontentiamo di francobolli di pelle da accarezzare e piccoli contatti fisici per sentire un tripudio di emozioni.

Man mano che passa il tempo, non ti accontenti più di piccoli piatti ben imbastiti. L’appetito vien mangiando e quei contatti, mediati da un infermiere che toglie dall’incubatrice il bimbo, scioglie i nodi delle cannule e te lo mette sul petto, non ti bastano più. Vuoi solo abbracciarlo. Non so spiegarlo, ma prenderlo al bisogno è diverso, più carnale e passionale rispetto al fartelo posare sul petto. Per questo motivo, per noi genitori prematuri esistono tre nascite. Quando esce dalla pancia della mamma, in cui c’è spesso poco da festeggiare, quando viene messo fuori dall’incubatrice, perché lo puoi abbracciare, e quando lo porti a casa. Ecco, quando lo porti a casa è il momento in cui metti il fiocco sulla porta. Fino a quel momento non sei mai sicuro di uscirne.

In fondo la verità sta scritta in un pugno di parole che ti racconta la nonna, quella che il libro della natura l’ha letto da tempo. Non mia nonna, non che lei non l’avesse letto, ma la nonna del mio amico. Ebbene lei raccontava che quando è nato il padre del mio amico, alla trentesima settimana, ha guardato sua madre e ha sussurrato: “questo lo teniamo o lo buttiamo?”. Sì, perché forse all’epoca, ci si poneva il problema se tenerlo o no. Quel giorno dissero di sì. Chissà quante nonne innamorate dei loro figli e della maternità hanno risposto no. E lo dico senza accusare o denunciare nessuno. È il libro della natura che scrive pagine anche tristi e poco miracolose rispetto alla vita.
La prematurità è sempre più presente nei paesi occidentali, forse perché ora si hanno più mezzi per far sopravvivere i bambini. Nonostante tutto, secondo l’Organizzazione Mondiale della sanità, la nascita pretermine è la prima causa di morte per i bambini sotto i 5 anni. Le TIN sono migliorate tantissimo sebbene ci sono ancora tante lacune da colmare. Innanzitutto rispetto al disomeogeneità delle cure e delle strutture. Ci sono grandi differenze tra i vari ospedali e questo è un peccato capitale della sanità italiana.

VivereOnlus, che ha patrocinato il mio libro romanzo “Come respira una piuma”, sta combattendo da anni per far sì che in tutte le TIN ci siano i medesimi trattamenti. Esistono ancora TIN che non permettono ai genitori di entrare a trovare i loro figli quando vogliono. Gli accessi sono limitati. Da genitori e da persone di buon senso, dobbiamo ottenere di poter entrare in TIN H24, perché se c’è una cosa che si è scoperta con il tempo e che, insieme alle cure mediche adeguate, la presenza dei genitori è un fattore fondamentale per migliorare la prognosi dei bambini. Un altro problema è che non esistono congedi maternità adeguati. Non ci sono ancora leggi che tutelano il genitore e gli permettano di stare di fianco al bimbo per tutto il ricovero in TIN (che talvolta dura decine di mesi). Non c’è ancora la presenza fissa di uno psicologo in TIN, che permetta ai genitori di elaborare i lutti delle aspettative deluse e i dolori che si vivono.
Insomma c’è molto da migliorare. D’altronde se chiediamo ad una nonna qualsiasi cosa sia veramente importante per un neonato in difficoltà, quella ci risponderà senza esitazione i genitori. Ecco il motivo per il quale è importante poter mettere a fuoco il vissuto di un genitore di un bimbo prematuro, ecco il motivo perché il quale va tutelato e trattato come una risorsa.

Marcello Florita è autore del bellissimo Come respira una piuma, dove ha raccontato la sua esperienza di genitore di bimbi prematuri. Nella foto in alto, la figlia Francesca. 

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