«Maternità surrogata, vi racconto le donne che lo scelgono liberamente»di Serena Marchi

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“Sono una donna molto testarda, quello che mi metto in testa non me lo leva nessuno. Non mi interessa di niente e di nulla, né di quello che dice la gente né di quello che dice la legge. Se voglio fare una cosa e per me è giusta io la faccio. Mia figlia aveva perso la sua bambina. Quando mio genero mi telefonò per avvertirmi, sono partita immediatamente in auto. Alle 6 eravamo in ospedale. Non mi fecero entrare in stanza, non me la fecero vedere. Venne il medico e mi disse che la bambina era morta e che dovevano operare mia figlia per salvarle la vita. Novella aveva avvertito un dolore fortissimo nel basso ventre, la sera precedente, verso le dieci. Faceva l’ostetrica e si era resa perfettamente conto di quello che era successo: aveva avuto il distacco della placenta. La bambina non ce l’ha fatta, e a lei erano iniziate le emorragie, le avevano già fatto otto trasfusioni. Dovevano togliere l’utero. Le lasciarono solo un ovaio. Il giorno seguente, quando entrai nella sua stanza, mi guardò e toccandosi il ventre mi disse: ‘Non ho più niente’. E allora mi venne d’istinto, da dentro, dal cuore, dalle viscere. Mi avvicinai, le accarezzai la testa, mi chinai su di lei e le dissi: ‘Novè, non ti preoccupare. Se non puoi tu te lo faccio io, un figlio’. Avevo quarantasei anni e il mio ciclo era ancora regolare.” Regina

Non c’è argomento più controverso e attuale, in ambito di diritti individuali e riproduttivi, della gestazione per altri (GPA). Il primo caso di maternità surrogata a fare scalpore è del 1985, ma solo oggi la questione è esplosa riempendo i titoli dei più importanti quotidiani nazionali, animando blog e riviste, scatenando un furioso dibattito all’interno di molti movimenti europei. Ma in questo continuo parlare, c’era sempre qualcuno che rimaneva in silenzio. Ed erano loro. Le madri surrogate. Le portatrici, quelle donne che decidevano liberamente di portare avanti una gravidanza per qualcun altro.

Mi mancava il loro punto di vista, il loro perché. Ho percorso 33613 chilometri, per incontrale. Sono stata in Ucraina, Inghilterra, Canada e Stati Uniti. Paesi in cui i diritti delle donne sono molto simili ai nostri, luoghi in cui le donne sono libere e votano, hanno un lavoro, una casa e una famiglia propria. Faccia a faccia, pelle a pelle. Ho visto dove abitano, ho incontrato le loro famiglie, ho vissuto nel loro ambiente. Un viaggio nel mondo occidentale della surrogacy per ascoltare le donne che prestano il loro utero e una parte della loro vita per partorire figli di altri. Per soldi, per interesse, per altruismo, per senso di responsabilità, per amicizia, per amore. Sicuramente, scegliendo. Sulle donne che ho incontrato da vivo non ho nessun dubbio: sono consapevoli, fiere e orgogliose di quello che hanno fatto. Ognuna ha un proprio perché: credo debba essere sempre rispettato.

A qualcuno può sembrare strano, lo so, ma ci sono donne nel mondo che sanno scegliere per se stesse, consapevolmente, senza aver bisogno che qualcuno dica loro cosa devono o non devono fare, cosa è giusto e cosa non lo è per se stesse. Ci sono donne che sono veramente al centro della loro vita e che non permettono a nessun altro, mariti compresi, di decidere per loro.

La gestazione per altri è un argomento molto complesso, dove non esiste o bianco o nero ma un’infinita varietà di grigi. Non ci sono solo donne povere sfruttate e schiavizzate, costrette a partorire figli per altri e altre (però vorrei sottolineare che queste vivono in Paesi in cui tutti i diritti delle donne e dei soggetti più deboli andrebbero analizzati, a partire dalla situazione dell’industria tessile che poi vende capi di abbigliamento nel nostro Paese) e non esistono solo donne occidentali che consapevolmente scelgono di mettere al mondo i figli per altri o altre. Esistono Paesi occidentali in cui, da oltre trent’anni, le leggi e i Governi regolamentano questa pratica, spesso impedendola agli stranieri (come ad esempio il Regno Unito). Esistono storie soggettive, intime e personali di donne e di persone che partecipano consapevolmente alla nascita di famiglie in cui i bambini nati grazie a questa pratica vivono né meglio né peggio ma, incredibile ma vero, nella stessa maniera di tutti gli altri bambini.

Serena Marchi nasce nell’agosto del 1981 in provincia di Verona. Giornalista dal 2003, lavora come addetta stampa di una multiutility. Nel 2015 pubblica il suo primo libro, “Madri, comunque” (Fandango Libri). A marzo 2017 esce “Mio tuo suo loro”, sempre Fandango Libri.

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