Maleducati o educati male?di Isabella Milani

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Figli indifferenti ad ogni regola, bambini violenti, ragazzini bocciati. Sono centinaia le lettere su questi temi che arrivano sulla sua scrivania da parte di genitori preoccupati o letteralmente disperati. E lei – ormai è il suo lavoro principale, insieme alla scrittura di libri e articoli (anche su Libraio.it) – risponde a tutti, con il suo stile originale che ricorda la riflessione dei filosofi antichi: tante domande per aiutare chi legge a mettersi in discussione, a rimettere in gioco convinzioni radicate, a capire i propri errori. Lei si chiama Isabella Milani, anche se il suo vero nome è un altro – “uso uno pseudonimo per proteggere la privacy di colleghi, alunni e genitori” -, ha alle spalle un’esperienza trentennale nella scuola, cura un blog – La professoressa Isabella Milani è online – che attualmente ha un milione e mezzo di visite, e ha scritto due libri-guida: il primo, “L’arte di insegnare. Consigli pratici per gli insegnanti di oggi”, e l’altro, appena uscito, “Maleducati o educati male? Consigli pratici di un’insegnante per una nuova intesa tra scuola e famiglia” (entrambi per Vallardi).

Professoressa Milani, c’è differenza tra i ragazzi di oggi e quelli di trent’anni fa?

C’è una grande differenza, che riguarda soprattutto i genitori. I ragazzi di oggi, infatti, sono educati male perché gli stessi genitori vivono – e quindi educano – in maniera diseducativa. Uno dei primi esempi che mi vengono in mente è l’abitudine malsana di portare i bambini a trascorrere la domenica al chiuso, nei centri commerciali o al bar. In questo modo si abituano i bambini a stare in luoghi dove non dovrebbero stare. Dovrebbero essere portati in aree senza giochi a pagamento, con bambini con cui hanno una relazione di amicizia, possibilmente a contatto con la natura. Nei luoghi chiusi, e per di più commerciali, i genitori finiscono – perché non disturbino – per essere costretti a comprare caramelle, giocattoli, videogiochi. Un errore.

Ci faccia un altro esempio di abitudini non educative.

Senza dubbio, quella di dare a un bambino telefonini o videogiochi già quando è piccolissimo, così come quella di piazzarlo davanti alla tv o ai videogiochi a tutte le ore, magari mentre mangia. Tutti questi comportamenti danno, ai bambini prima, e ai ragazzi poi, una visione della vita di tipo consumistico, che ha come obiettivi non le cose che costano fatica, come il leggere e lo studiare, ma gli oggetti da comprare.

Qual è il rapporto dei bambini e ragazzi di oggi con tutto ciò che riguarda il dovere, in particolare il rispetto per le regole?

Sul rispetto delle regole sono sempre stata rigidissima e proprio questo essere rigida mi ha dato l’autorevolezza che con i ragazzi ho sempre avuto. Ma un adulto può pretendere il rispetto delle regole soltanto se è lui, prima di tutto, a seguire le regole: personalmente, non ho mai fatto di fronte ai miei alunni qualcosa che a loro non era permesso, come bere e mangiare durante la lezione. Insomma sono gli adulti che devono per primi dare l’esempio. E le regole devono essere poche, perché troppe creano confusione. Bisogna essere esigenti solo sui comportamenti più importanti.

Le punizioni servono o no?

Ho scritto molto su questo argomento. Secondo me non servono, specie se consistono nel togliere un gioco a un bambino, perché il gioco è essenziale per la crescita. Per non parlare degli insegnanti che fanno saltare l’intervallo: è una tortura, perché il bambino ha bisogno di muoversi.
Consiglio ai genitori di invitare il bambino che fa i capricci a stare un po’ in camera sua finché non si è calmato. I bambini devono essere guidati a capire come devono comportarsi. Il comportamento che tiene conto degli altri non è innato; bisogna impararlo. E quindi non possiamo pretenderlo finché non abbiamo lavorato per educarlo a evitare certi comportamenti. Il punto è questo: se un bambino si comporta male, anche dopo che gli abbiamo spiegato come ci si comporta, vuole dire che ha un disagio: che senso ha punirlo perché ha un disagio? Attenzione: tutto questo non vuol dire assolutamente che dobbiamo dargliele tutte vinte, come molti genitori fanno per egoismo o perché non riescono a essere autorevoli. Bisogna, invece di dare delle punizioni, essere capaci di sopportare la fatica del dire “no” quando serve.

Lei critica molto l’eccesso di protezione dei genitori di oggi verso i bambini.

Vedo madri al parco intervenire al minimo scontro tra bambini. Questo è assolutamente sbagliato. I bambini vanno lasciati interagire, controllando da lontano che non si facciano davvero male. Altro esempio: bisogna lasciare che il bambino impari a fare le cose da solo: non è possibile che gli si allaccino le scarpe, lo si vesta, gli si porti lo zaino, gli si tolga ogni fatica e ogni seccatura, perché così gli si impedisce di diventare un bambino autonomo. Ed è un comportamento iperprotettivo anche quello di chi si precipita a scuola a protestare. Ricevo decine di lettere di genitori che mi chiedono come farla pagare alle maestre, “colpevoli” di cose banalissime. Suggerisco ai genitori di smettere di fare l’interrogatorio al bambino su cosa ha detto o fatto la maestra. Ai colloqui è facile accorgersi che ciò avviene, ma il messaggio che arriva al bambino è che non c’è fiducia verso gli insegnanti. Ma è essenziale che il bambino o il ragazzo abbia fiducia nell’insegnante.

Lei sostiene anche che non bisogna aiutare i bambini a fare i compiti.

Assolutamente sì. Sedersi accanto e stare lì a controllare, intervenendo per correggere il bambino, è sbagliato. Non studia? Pazienza, meglio che vada in classe senza aver fatto i compiti e se ne assuma le conseguenze. Ma perché il bambino dovrebbe impegnarsi nei compiti se sa che tanto verrà aiutato? E come può costruirsi una buona autostima se il genitore – aiutandolo in tutto – gli comunica “ti aiuto perché da solo non sei in grado di fare nulla”?

Ha scritto molto anche sul tema caldo delle bocciature.

Sì. I genitori vengono da noi a marzo per sapere se il figlio sarà promosso. Ma come possiamo saperlo, a marzo? Se gli dicessimo che probabilmente sarà bocciato, equivarrebbe a dire che abbiamo smesso di impegnarci affinché non lo sia. Insomma non possiamo dire “probabilmente non ce la farà”, e di solito diciamo “Se si impegna può farcela”. Ma se il bambino prende tutte insufficienze, viene respinto, e allora i genitori arrivano furiosi dicendo “A marzo avevate detto che poteva farcela!”.
Non ci si rende conto, inoltre, che dietro una bocciatura c’è sempre un lungo dibattito. Non sono decisioni che vengono prese alla leggera, come credono un po’ tutti. Gli insegnanti si interrogano, si confrontano molto spesso. Bocciare un alunno, mi creda, è un incubo anche per noi.

(a cura di Elisabetta Ambrosi)

PUBBLICATO IL 22 MAGGIO 2017.

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