Il divorzio cambia perché sono cambiate le famigliedi Valentina La Porta

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a sentenza della Corte Suprema di Cassazione n.11504,  depositata il 10 maggio scorso, rappresenta una svolta epocale rispetto ad una giurisprudenza ultraventennale che prevedeva – quale presupposto per la concessione dell’assegno divorzile – l’inadeguatezza dei mezzi del richiedente ad assicurare un tenore di vita analogo a quello goduto in costanza di matrimonio, ovvero la oggettiva impossibilità di procurarsi tali mezzi.  Per capire la sentenza è fondamentale ripercorrere le tappe legislative e la relativa elaborazione giurisprudenziale.

Salvo che non sia disciplinato da un accordo consensuale e fermo restando il mantenimento dei figli, il rapporto patrimoniale tra gli ex coniugi  è regolato dall’art. 5, comma 6, della legge sul divorzio (n.898/1970), così come modificato dall’art. 10 della legge 74/1987, che stabilisce: “Con la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, il tribunale, tenuto conto delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione, del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare e alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, del reddito di entrambi, e valutati tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio, dispone l’obbligo per un coniuge di somministrare periodicamente a favore dell’altro un assegno quando quest’ultimo non ha mezzi adeguati o comunque non può procurarseli per ragioni oggettive”.

Prima della modifica (operata al suddetto articolo dalla legge 74/1987), all’assegno divorzile veniva riconosciuta pacificamente una natura mista: da un lato una funzione risarcitoria in quanto si guardava alle ragioni dello scioglimento del matrimonio; da un altro lato una funzione retributiva o compensativa nel momento in cui guardava al contributo personale ed economico dato da ciascun coniuge alla conduzione della famiglia ed infine una funzione assistenziale con riguardo alle condizioni patrimoniali dei coniugi.

Già vent’anni fa questa interpretazione tuttavia suscitava forti perplessità e le critiche espresse avevano reso necessario un contemperamento tra le esigenze del coniuge debole ed un principio di attenuazione dei vincoli patrimoniali conseguenti al divorzio. In tale senso operò la modifica all’art. 5 del 1987. Nei lavori parlamentari il Senatore Lipari afferma che: “il sensibile mutamento della morfologia delle situazioni coniugali incise dal divorzio (…) richiedono il superamento della natura composita dell’assegno di mantenimento affermatasi sulla scorta del testo originario del 1970. La particolare attenzione diretta nei confronti della funzione assistenziale dell’assegno per il coniuge effettivamente bisognoso rispetto alle funzioni risarcitorie e compensativa (…), muove in una prospettiva più consona alla valorizzazione e promozione dell’autonomia economica dei coniugi (…) sia alla efficace tutela del coniuge che in concreto abbia destinato le proprie energie lavorative alla famiglia (…). Fermo restando che l’assegno è diretto ad assicurare al coniuge economicamente più debole non già lo stesso tenore di vita conseguito in costanza di convivenza quanto un mantenimento dignitoso”; concetti oggi ripresi dalla sentenza in esame. Tuttavia il riferimento al mantenimento dignitoso fu oggetto di emendamento e quindi eliminato dal testo definitivo della legge nel quale si faceva riferimento unicamente ai mezzi adeguati privandoli tuttavia di ogni parametro di riferimento. Ed il problema nasce proprio qui: adeguati a cosa? Secondo un primo orientamento adeguati ad un tenore di vita analogo a quello goduto in costanza di matrimonio; secondo un altro orientamento invece si doveva far riferimento unicamente ad un tenore di vita libero e dignitoso. 

Il contrasto venne risolto dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione che, con quattro sentenze depositate tutte il 29 novembre del 1990, accoglievano il primo orientamento, dando atto che il concetto di mantenimento dignitoso, pur previsto nei lavori preparatori della legge di riforma, era stato poi cancellato. Secondo le Sezioni Unite il nuovo articolo 5 collegava il diritto al mantenimento ad un unico presupposto, quello assistenziale, in quanto era condizionato dalla mancanza di mezzi adeguati ad assicurare al coniuge il tenore di vita che gli sarebbe spettato durante il matrimonio. Tutto questo fino alla recentissima sentenza n.11504/17 che recupera in qualche modo la ratio della legge di riforma dell’87: la legge non fa mai riferimento al tenore di vita goduto in costanza di matrimonio, tale parametro è frutto di una mera elaborazione giurisprudenziale. La Suprema Corte in questa sentenza offre un parametro interpretativo dei “mezzi adeguati” differente.

I principi cardine di questa sentenza sono due: 1) con il divorzio cessano tutti gli effetti civili derivanti dal matrimonio, ivi compresi i rapporti economico-patrimoniali; fermo restando ovviamente, in presenza di figli, l’esercizio della responsabilità genitoriale con tutti i diritti e i doveri connessi; 2) il procedimento di assegnazione del mantenimento consta di due fasi: un prima fase volta ad accertare il diritto in astratto a percepire un assegno di mantenimento (an debetur) e, in caso di esito positivo, una seconda fase volta a stabilirne l’entità (quantum debetur). Il diritto all’assegno di mantenimento sussiste solo se il coniuge richiedente non ha mezzi adeguati; l’adeguatezza secondo la Corte va parametrata non già al tenore di vita goduto in costanza di matrimonio ma al raggiungimento o meno dell’indipendenza economica del richiedente. Fare riferimento al tenore di vita goduto in costanza di matrimonio secondo la Corte significherebbe riconoscere un’ultrattività del rapporto coniugale, anche solo da un punto di vista economico, che non esiste più proprio a seguito del divorzio. 

La ratio dell’art.5,comma 6, della legge sul divorzio è ispirata ad un principio di autoresponsabilità economica degli ex coniugi quali “persone singole”. Nel giudizio sull’an debetur non possono rientrare valutazioni di tipo comparativo tra le condizioni degli ex coniugi o sul tenore goduto durante il matrimonio ma si deve avere riguardo esclusivamente alle condizioni del soggetto richiedente, successivamente al divorzio, al fine di valutarne l’indipendenza economica o meno. Soltanto nella fase successiva ed eventuale del quantum debetur possono rientrare valutazioni comparative tra le diverse posizioni personali e patrimoniali degli ex coniugi. L’interesse tutelato con l’attribuzione dell’assegno divorzile non è difatti un riequilibro delle condizioni economiche dei due ex coniugi ma il raggiungimento dell’indipendenza economica. E ciò in un’ottica prettamente assistenziale. Ovviamente per valutare la indipendenza economica si farà riferimento ad una serie di indici: a) il possesso di redditi di qualsiasi specie; b) il possesso di cespiti patrimoniali mobiliari e immobiliari; c) le capacità e le possibilità effettive di lavoro personale, in relazione alla salute, all’età, al sesso e al mercato del lavoro; d) la stabile disponibilità di una abitazione.

Gli effetti che questo nuovo orientamento produrrà nella pratica dei Tribunali non sono facilmente individuabili. Sicuramente molte delle persone che prima avrebbero avuto diritto ad una assegno di mantenimento ora potrebbero vedersi negata una tale assegnazione o comunque ricevere un assegno di importo ridimensionato. Preme rilevare tuttavia che non viene eliminato il diritto all’assegno di mantenimento ma viene riconosciuto solamente a quelle persone che non siano economicamente indipendenti (come nel caso di una donna che di comune accordo con l’ex marito aveva deciso di rimanere a casa per accudire e crescere i figli); una volta accertato questo poi l’ammontare dell’assegno verrà determinato sulla base di tutti gli altri elementi individuati dalla norma e cioè: condizioni di coniugi, ragioni della decisione, contributo personale ed economico, reddito di entrambi, durata del matrimonio. In questa seconda fase si dà rilievo e dignità alle scelte effettuate in costanza di matrimonio, al differente status reddituale degli ex coniugi ed alla durata del matrimonio. La Corte esclude solamente che il parametro del tenore di vita possa essere utilizzato a monte per stabilire la sussistenza o meno del relativo diritto al mantenimento.

La Corte con l’interpretazione data con tale sentenza non fa che adeguarsi al dato normativo ed alla normativa sovranazionale dove è presente da tempo il principio di piena autoresponsabilità economica degli ex coniugi, salve limitate, anche nel tempo, eccezioni di ausilio economico, in presenza di specifiche e dimostrate ragioni di solidarietà.

L’interpretazione data dalla Corte sebbene susciti qualche perplessità per la mancata definizione del concetto di indipendenza economica, che rimane alquanto vago, risponde ad esigenze sociali di un diverso comune sentire di fronte a matrimoni sempre più brevi, divorzi sempre più numerosi e facili da ottenere, famiglie allargate e ricostituite, padri del ceto medio troppo spesso ridotti a regimi di povertà (per il dover rinunciare alla casa assegnata alla madre collocataria dei figli, per dover versare l’assegno i mantenimento alla ex moglie e quello per i figli) e costretti, nella migliore delle ipotesi, a tornare a casa dai genitori. Secondo la Corte oggi è generalmente condiviso nel costume sociale il significato del matrimonio come atto di liberalità e di autoresponsabilità ed in quanto tale dissolubile; il matrimonio è espressione di una libera e consapevole scelta che si caratterizza per l’assunzione piena del rischio di una eventuale cessazione del rapporto e quindi esclude ogni residua solidarietà post- matrimoniale per chi sia economicamente indipendente. Per altro, come correttamente osservato dalla Corte, un’interpretazione delle norme sull’assegno divorzile che producano l’effetto di procrastinare a tempo indeterminato il momento di recisione degli effetti economico-patrimoniali del vincolo coniugale, può tradursi in un ostacolo alla costituzione di una nuova famiglia in violazione del diritto fondamentale dell’individuo riconosciuto dalla CEDU (art.12) e dalla Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea (art. 9).

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