Carriera, i figli sono un freno?di Elisabetta Ambrosi

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L’ha detto limpidamente, esponendosi alle critiche senza paura, certa di affermare una cosa vera: avere figli e fare una carriera di artista – così come la intende lei, una vocazione ascetica e totalizzante – sarebbe stato impossibile. Per questo, l’artista Marina Abramovic ha scelto per ben tre volte di abortire. Non per cinismo, non per indifferenza alla maternità, piuttosto – da come lo racconta – per la consapevolezza che non sempre si può avere tutto nella vita e che occorre fare delle scelte: come quella, probabilmente particolarmente sofferta, comunque rispettabile, tra avere figli e proseguire la sua carriera di performer.

Si potrebbe obiettare alla Abramovic che la maternità è un’esperienza creativa, che non può che arricchire un’artista, dandole nuovi spunti per le sue opere. Ma anche in questo caso si peccherebbe per scarso realismo e poca conoscenza del mondo dell’arte: il dilemma degli artisti è sempre stato quello tra vita e opera (quanto dedicare alla vita e quanto all’opera) e moltissimi tra di loro, ad esempio gli scrittori, avvertendo tragicamente che il tempo è poco e che per affermarsi occorrono dedizione assoluta e abnegazione, hanno sacrificato esperienze importanti per la propria esistenza. Valeva ieri e vale anche oggi: il mondo dell’arte contemporaneo è difficile, competitivo, e Abramovic ha raggiunto la fama grazie a performance spesso estenuanti, nella preparazione e nell’esecuzione.

Ma quello che l’artista Abramovic ha detto del conflitto tra carriera e maternità è vero anche per tutte noi. I giornali sono pieni di storie di donne top manager, Ceo di società statunitensi da milioni di dollari. Ma nessuno dice la verità e cioè che si tratta di eccezioni, di donne che hanno avuto molta fortuna oppure hanno fatto sacrifici pesantissimi per poter conciliare maternità e carriera. Inutile nascondersi dietro un dito: avere un figlio è un’esperienzatotalizzante anch’essa, che richiede anni di dedizione e cura. Un bambino piccolo ha bisogno di tutto, di essere cambiato, allattato, fatto giocare, curato quando malato, 24 ore su 24. Quando cresce subentrano gli accompagnamenti a scuola, alle attività sportive, ma anche meno banalmente un lavoro di educazione fatto di dialogo, ascolto, di esperienze comuni che portano via tantissimo tempo. Questa attività faticosa – anche se meravigliosa – si scontra frontalmente con le esigenze del lavoro, specie quando quest’ultimo è precario, frammentato, deprivato di tutele.

Ma anche quando si è già ai piani alti, e con un buon contratto – sebbene le statistiche dicano chiaramente che chi ha un contratto stabile tende a fare più figli – avere uno o due bambini può diventare un’esperienza ardua, sfiancante, tanto che non sono poche a gettare la spugna: scegliendo di non avere figli, come la Abramovic appunto, oppure accettando un’esistenza sull’orlo dellafollia, dove si rischia di perdere la salute mentale e fisica essendo costrette a conciliare magari dieci ore di lavoro con la cura dei propri figli, che solo in parte può essere davvero delegata a terzi.

In breve, la Abramovic ha detto con autenticità ciò che tutti si affannano a negare, anche attraverso storie che si vorrebbero rendere emblematiche di donne ai vertici dello Stato e delle aziende: e cioè che quello di mettere insieme lavoro e figli, la famosa conciliazione facile solo in rare zone del pianeta come i paesi scandinavi, è un compito arduo. E che negare che la maternità freni la carriera è semplicemente falso, basta considerare banalmente quanto brevi sono le nostre giornate e insieme i nostri anni di vita adulta e attiva.

Quello della Abramovic non è un inno all’aborto, tutt’altro. Semmai è la denuncia di un problema, espressa non astrattamente e intellettualmente, ma attraverso il racconto di un fatto intimo e privato. No, we cannot have it all, non possiamo avere tutto. Specie in un paese avaro con le donne come il nostro, dove il lavoro per le donne giovani è sempre di meno. E sempre più incerto e malpagato.

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