Home Schooling, voi lo fareste?

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DI FAMIGLIA PUNTO ZERO                                                 Matematica, biologia, storia, italiano, inglese: tutto “fatto” in casa, con spontaneità e senza rigidi programma ministeriali. Si chiama “home schooling” (o educazione parentale). Si può fare, è legale, i piccoli possono sottoporsi agli esami per prendere i titoli quando vogliono e sempre più famiglie lo scelgono: almeno quelle che hanno gli strumenti culturali per insegnare ai propri figli (o quelli economici per pagare un istitutore privato).

È una piccola, grande, utopia, condivisibile e per certi versi davvero intrigante: l’idea di poter insegnare ai propri figli il sapere con i propri occhi, secondo i propri valori, con fantasia e creatività in fondo in fondo è seducente per molti genitori.

Ma quali vantaggi ci sono per i bambini e quali svantaggi? Abbiamo fatto un piccolo elenco di sì e di no che vi sottoponiamo. Prima i vantaggi:

1) La didattica dell’home schooling è naturale, basata sulla curiosità e l’interesse, non su imposizioni o nozioni obbligate. È un po’ come per i filosofi antichi, si osserva, si riflette, si sperimenta, si impara.

2) Ci si può muovere liberamente, senza la costrizione fisica dei banchi, spesso una tortura, senza campanelle e altri contenitori fisici che per alcuni bambini sono più difficili da sopportare.

3) Il genitore è anche maestro: il legame si rafforza, e madri e padri sanno cosa viene insegnato ai loro figli, così anche le ore di non studio possono essere utilizzate per attività diverse e integrative. E forse un po’ tutto, la vita stessa, diventa studio, senza quella separazione rigida tra esistenza “vera” e conoscenza che è uno dei frutti più avvelenati di un certo modo di concepire la scuola.

Passiamo agli svantaggi, che tutto sommato, e nonostante l’ammirazione per i genitori che intraprendono questa strada, tra l’altro molto impegnativa, sono comunque importanti.

1) Che i genitori siano anche maestri potrebbe essere un bene ma anche un male. L’ambiguità tra ruolo di insegnante e ruolo di genitore, da un lato può essere una ricchezza, dall’altra potrebbe essere difficile da gestire e creare confusione.

2) Avere figure di riferimento diverse dalla famiglia è il primo modo per imparare il pluralismo delle idee e dei valori, oltre che dei modelli di comportamento, fossero pure modelli sbagliati. Viceversa la famiglia, per quanto armonica e ricca, rischia di trasformarsi in un hortus conclusus.

3) Nel bene e nel male, pure coi suoi programmi a volte monotoni, la scuola rende i bambini più uguali: è vero che questo a volte può significare un livellamento verso il basso, oppure la morte del talento, ma al tempo stesso questo egualitarismo è anche un valore. Non a caso ci si chiama “compagni”, una parola bella (soprattutto a scuola).

4) È possibile che lo sia meno di un tempo, ma la scuola resta comunque il luogo principale, anche se non l’unico, di socializzazione. Lì si interagisce davvero con la diversità – mentre il fratello è già più simile a te – si viene a contatto con un mondo, non tutto, ma di sicuro una parte importante per un bambino. Per i figli unici, poi, andare a scuola è praticamente una scelta obbligata, per non morire di malinconia e solitudine (ma infatti a fare l’home schooling sono in genere famiglie con molti figli).

5) Siamo fan quasi estreme dei giochi e della didattica in completa libertà, che stimola l’intelligenza, la curiosità, l’ironia, l’invenzione, la creazione. Al tempo stesso, però, occorre riconoscere che la scuola è ancora una delle poche fonti di “superio”, cioè di normatività, in circolazione. In altre parole, i bambini a scuola incontrano il limite, che è la fatica, le regole, ma anche il dolore di un rifiuto o di una spinta, piuttosto che di una parola feroce e cattiva. Un po’ di routine, e anche di frustrazione serve, e ne hanno bisogno forse proprio i bambini più talentuosi e creativi.

6) Infine, una nota democratica: se i migliori stanno a casa, con genitori ricchi di talento e di motivazione, quelli che sono già deprivati di questa risorsa saranno deprivati anche della loro presenza.

Forse però, e questa riflessione è un po’ più amara, non staremmo qui a discutere di home schooling e del suo enorme fascino se ci trovassimo tra l’alternativa di tenere i figli a casa e l’obbligo di mandarli in una scuola mezza diroccata con trenta alunni in classe, molti bambini con problemi di linguaggio o di altro tipo mal seguiti. Bisognerebbe fare come in Danimarca: piccole classi con pochi alunni e una grande permeabilità tra scuola e casa, con genitori che vanno a insegnare e si alternano ai maestri. La scuola come luogo di socialità di qualità, non alternativo né opposto alla famiglia né soprattutto, luogo segregante dove l’alienazione è facilmente in agguato.

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