Blue Whale, vi spiego perché è una bufaladi Andrea Angiolino

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Nelle ultime settimane, l’informazione italiana è in subbuglio e diffonde un terribile allarme, terrorizzando genitori ed educatori. Un fantomatico gioco russo che nessuno ha mai visto e che si diffonderebbe sui social: il Blue Whale. Un “tutor” imporrebbe ai giocatori cinquanta prove inviandole una per volta, una al giorno, ai malcapitati che hanno aderito al gioco. In segreto e senza far notare nulla ai familiari, fingendo totale normalità, i giocatori dovrebbero disegnare una balena su un pezzo di carta, infliggersi tagli sulle braccia e sul labbro, alzarsi nel cuore della notte per guardare filmati terrificanti, scriversi su varie parti del corpo con lamette, passare intere giornate senza mai parlare con nessuno o a guardare video horror. L’ultima prova, il cinquantesimo giorno, sarebbe buttarsi dal palazzo più alto della città. Solo alla morte del figlio i genitori costernati si renderebbero conto che qualcosa non andava cercando invano un segno, un indizio, una spiegazione del gesto fatale. Incredibile, vero? Avrebbero aderito al gioco in centinaia, con la morte di 157 bambini e ragazzi. Nessuno di loro ne avrebbe parlato con un genitore, con un insegnante, con lo zio confidente, con l’amico più grande. Tutti avrebbero eseguito gli ordini senza fiatare, presi dal gioco o minacciati di ritorsioni sulla famiglia in caso di abbandono. Tutti sarebbero riusciti nell’intento di infliggersi cicatrici nelle parti più esposte del corpo e stravolgere le proprie giornate con comportamenti asociali per quasi due mesi senza farsi scoprire, fino al gesto fatale. Così, almeno, la raccontano siti e giornali. E la televisione. Il 14 maggio un servizio de Le Iene scatena il panico mostrando filmati di suicidi in atto, interviste a due madri di ragazze suicide, il responsabile di un’organizzazione russa di assistenza all’infanzia e l’intervista a un ragazzino livornese che sostiene che un amico morto per una caduta da un palazzo stava forse facendo quel gioco. Il giorno dopo appare una voce che descrive il gioco sulla Wikipedia italiana: le fonti sono gli articoli di Libero, Il Messaggero, The Sun, cui presto si aggiungono il Daily Mirror, Metro, Il Giornale e, appunto, il servizio delle Iene. Forniscono i dettagli più cruenti su questo gioco e sui suoi effetti senza metterne in dubbio l’esistenza. Un articolo tira l’altro e la notizia diventa virale. Per fortuna, tra il 15 e il 16 maggio numerosi quotidiani titolano: “Blue Whale: arrestato l’inventore del gioco”. Del ventunenne Budeikin si riportano frasi a effetto sulle sue motivazioni, sulla sua intenzione di pulire l’umanità dagli “scarti biologici” rappresentati dalle ragazze che avrebbe indotto a uccidersi. E nonostante l’arresto l’allarme non cessa, perché chissà quanti altri “tutor” ci sono in giro.

LA STORIA In realtà, del Blue Whale si parla da tempo. La storia di questo gioco sarebbe una falsa notizia sensazionalista diffusasi tra il novembre 2015 e il maggio del 2016 in Russia. Alla pagina di  Netfamilynews  e alla meno riportata ma preziosa pagina che trovate qui, l’avvocato Annie Collier di NetFamilyNet.org cita al riguardo Georgi Apostolov del Centro Bulgaro per un Internet più sicuro, che avrebbe monitorato il fenomeno e lottato contro la diffusione di questa “fake new”. La notizia è già circolata in tutto il mondo da mesi, rilanciata ad esempio da tabloid scandalistici inglesi. Basta una ricerca su Google per capire che l’arresto di Budeikin non è recentissima come sembra dagli articoli appena usciti: se ne parla dal novembre 2016, per esempio qui. Le sue foto girano da allora, per esempio qui. L’imputazione è di essere coinvolto nell’istigazione al suicidio di 15 (e non oltre 150) adolescenti, ma lui dice invece di aver solo sfruttato alcuni suicidi già avvenuti per parlarne in maniera ambigua sui suoi siti creando sensazione e attirando click: una macabra operazione di marketing per raggranellare soldi con le pubblicità. Le autorità russe sembrano temere che ci siano stati plagio e suggestioni, da parte di Budeikin, ma di gioco non parlano. Anche perché il gioco è per definizione un’attività fittizia, cui si aderisce liberamente, separata dalla vita reale, senza conseguenze, dal finale imprevedibile: il presunto Blue Whale del gioco non avrebbe alcuna caratteristica.

Budeikin non viene processato, a quanto se ne sa, mancando le prove. Le sue presunte dichiarazioni sugli “scarti biologici” dell’umanità vengono da un sito russo (https://saint-petersburg.ru/m/society/grachev/353694/) che sostiene di aver intervistato Budeikin qualche giorno prima dell’arresto, ma la sua autenticità è assai dubbia. Anche se a chi opta per il sensazionalismo fa comodo citarle acriticamente.
Del presunto gioco se ne occupano in molti anche per mostrare che mancano le prove della sua esistenza. Tra essi il sito Snopes specializzato in bufale. C’è chi si impegna a cercare invano l’app di cui parlerebbero i media, senza trovarla come specificano qui. Anche in Italia il sito Bufale Un Tanto Al Chilo racconta la bolla mediatica e la scarsità di prove. Le voci critiche, insomma, non mancano. Da mesi.
Ma il servizio delle Iene preferisce riportare l’ipotesi del gioco senza alcun accenno ai dubbi sulla sua esistenza. D’altro canto, anche senza portare prove. Secondo le due madri intervistate il gesto delle figlie sembrava inesplicabile: solo tempo dopo è stato loro spiegato che forse stavano obbedendo agli ordini di qualcuno. Una delle due accenna al fatto che la figlia ha disegnato qualche balena: nessun riferimento a tagli, disegni, mutilazioni sul corpo, mutismo, attività notturna che il gioco imporrebbe. Un compagno di classe del ragazzo di Livorno parla anche lui del gioco, ma non dà nessuna prova. Racconta invece che, dopo che l’amico si è ucciso, lui si è fatto un giro su Google, ha trovato la descrizione di Blue Whale e gli è sembrato che potesse esserci una relazione. Come testimonianza di prima mano è davvero labile, sembra più di vedere all’opera una leggenda urbana che si autoalimenta.

I RUSSI, IL GIOCO E I MEDIA
I russi non sono nuovi all’invenzione di giochi idioti e non è un caso che la roulette russa si chiami così. Sarebbe anche possibile, in teoria, che il Blue Whale esistesse. Ma è scandaloso che da mesi se ne parli e scriva senza che nessuno mostri un messaggio trovato sugli account delle vittime, una schermata, un’app. Nulla. Dandolo però come se fosse una verità accertata, incontrovertibile. E così il pubblico si terrorizza, si indigna, si sconvolge. Compra più quotidiani. Guarda più servizi in televisione, e fatalmente più spot pubblicitari. Clicca di più, così i banner dei siti fruttano meglio. Sui giornali si annuncia l’arresto di Philipp Budeikin come se fosse appena avvenuto, perché se si dicesse che è accaduto l’anno prima non sarebbe una notizia, non permetterebbe titoli ad effetto, non moltiplicherebbe pagine viste e fatturati.
Non è solo un problema di rispetto della verità. Esistono linee guida per parlare di suicidio evitando di normalizzare la cosa e di scatenare fenomeni di imitazione (si veda ad esempio http://reportingonsuicide.org/recommendations/). Occorre evitare di fare titoli scandalistici, pubblicare foto e video del suicidio ma anche ritratti dei defunti e dei loro parenti o amici più stretti, dare dettagli su come è avvenuto il suicidio, parlare di “epidemie” o di un fenomeno in brusco aumento. Insomma, bisogna trattenersi dal fare un po’ tutto quello che ha fatto una considerevole fetta dei media italiani in questi giorni. Attenzione: non per delicatezza verso chi non c’è più, ma per evitare fenomeni di suggestione e di imitazione. Insomma, per prevenire altri suicidi.

COSA POSSIAMO FARE NOI
Possiamo fare qualcosa anche noi? Magari sì, nel nostro piccolo. Io personalmente, la sera del 16 maggio ho provato a modificare la voce di Wikipedia dedicata al Blue Whale, mettendola al condizionale ed evidenziando che la notizia si è propagata grazie a testate poco affidabili come i tabloid scandalistici inglesi. Ho messo i link a chi fornisce spunti critici: starà al lettore, se vuole, approfondire e prendere una sua posizione. Le mie modifiche sono state cancellate un minuto dopo da un altro utente, ma ho insistito e le ho rifatte finché non sono rimaste. Il giorno successivo, il quotidiano online Il Post ha pubblicato un articolo circostanziato che evidenzia come ci siano scarsissime prove dell’esistenza di questo gioco. Di cui parla al condizionale ed evidenziando che la notizia si è propagata grazie a testate poco affidabili come i tabloid scandalistici inglesi. Forse una coincidenza, ma forse anche no.
Insomma, tutto sommato anche noi qualcosa possiamo fare: non contribuire alla diffusione virale di una descrizione acritica del “gioco”, che ne dia per scontata l’esistenza e i devastanti effetti. Rischiando così di creare pericolosi fenomeni di imitazione.

PUBBLICATO IL 18 MAGGIO 2017

AGGIORNAMENTO DEL 26 MAGGIO QUI.

Andrea Angiolino (Roma, 1966), giornalista, vive inventando giochi, scrivendo libri sul gioco e portando il gioco in scuole, biblioteche e manifestazioni. Il suo gioco da tavolo più diffuso è Wings of Glory (con Pier Giorgio Paglia, Ares Games), dedicato ai combattimenti nei cieli delle due guerre mondiali. Ha compilato tra l’altro, con Beniamino Sidoti, il Dizionario dei giochi Zanichelli. I suoi libri e giochi sono tradotti in una ventina di lingue. A Wikiradio, su Rai Radio Tre, racconta storie di giochi e di giocattoli.

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