Blue Whale, ormai è psicosi. E non è un gioco.di Andrea Angiolino

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Otto giorni fa abbiamo pubblicato su queste pagine un articolo sul fenomeno del Blue Whale, un ipotetico “gioco” di cui i media italiani avevano iniziato a parlare in termini per lo più sensazionalistici. L’unico caso in Italia accostato dai media al Blue Whale fino a quel momento era il suicidio di un ragazzo livornese, sul quale le autorità non hanno mai contraddetto le dichiarazioni rilasciate già il 7 marzo dal dirigente della Squadra Mobile di Livorno Giuseppe Testaì: «Si tratta di un dramma privato, legato a motivi esclusivamente familiari. Per quanto ci consta non ci sono elementi che comprovino simili ricostruzioni». Frasi riportate da un articolo che nonostante questo si intitola suggestivamente “Si toglie la vita a 15 anni. ‘Dal web la spinta suicida’”.

Nel nostro articolo invitavamo a parlare del fenomeno Blue Whale al condizionale e a non chiamarlo gioco, per evitare fenomeni di emulazione. Da allora, però, è successo di tutto. Non all’estero, per quanto ci aggiorna l’avvocato Anne Collier (qui) mentre ci mette in guardia dai pericolosi effetti della disinformazione. Ma da noi in Italia.

Si è rivelata vana la speranza di un’informazione più cauta e circostanziata. Che non portasse ad abbassare la guardia: anzi, l’attenzione verso i minori sul Web deve essere costante perché indipendentemente dal Blue Whale sono molti i pericoli in agguato per loro, purtroppo già assodati da tempo. Ma che fosse cauta nel regalare al Blue Whale realtà e autorità. Nell’istigare curiosità, e in molti casi un vero e proprio panico, tra i bambini come tra gli adulti. Rischiando di innescare fenomeni di autosuggestione e imitazione: come avverte la Polizia di Stato, “l’atto emulativo potrebbe essere potenzialmente più pericoloso del gioco.”
Invece gli articoli sulla stampa si sussegono ogni giorno sempre più numerosi e continuano quasi tutti a dare per certa l’esistenza del cosiddetto “gioco”. Con tutor onnipotenti che incalzano le vittime imponendo 50 regole ormai note anche ai bambini, visto che ormai si trovano anche sui quotidiani. Ricattando i malcapitati perché non abbandonino il percorso che li porta all’inevitabile suicidio. I media continuano a citare 130, a volte anche più di 150 casi assolutamente accertati di suicidio per “il gioco”. Quando succede qualcosa, i lanci delle notizie sono spesso sproporzionati ai fatti: se un quindicenne si vanta di partecipare al “gioco” per impressionare una compagna di classe, il titolo è “Blue Whale, il gioco al massacro contagia Genova”. Per un giornale locale che titola “Sarno, 11enne finge di giocare al Blue Whale. Un familiare: «Voleva attirare l’attenzione»” c’è un giornale nazionale che lancia la stessa notizia gridando “Sarno, 11enne salvato da amici. “Tagli alle braccia, è Blue Whale”. In totale assenza, secondo il cronista sul posto, di tagli o di messaggi sospetti sul cellulare del ragazzo. Intanto su Youtube pullulano i video di falsi partecipanti al gioco e i commenti di falsi “tutor”, a confondere ulteriormente le acque. Se volete esempi di tutto questo, leggete i commenti al precedente articolo.

Ormai la Polizia di Stato riceve segnalazioni continue. Il 22 maggio ne contava quaranta, dal semplice uso di hashtag sospetti in su. Il 24 maggio le segnalazioni erano già diventate 70. Purtroppo, in un numero di casi fortunatamente limitato ci sono anche autolesioni e ipotesi di tentati suicidi. La Polizia Postale indaga, “partendo dal presupposto che non è stata ancora accertata l’esistenza del gioco”. Intanto sul proprio sito ha pubblicato una serie di consigli da seguire (li potete trovare qui ), che vi invitiamo a leggere e ad applicare.

Gli investigatori cercano “di individuare la presenza di eventuali soggetti che si dedicano ad indurre minorenni ad atti di autolesionismo ed al suicidio attraverso l’uso di canali social e app ovvero di intercettare fenomeni di emulazione nei quali pericolosamente possono incorrere i più giovani in Rete in preda alle mode del momento”. Perché dei casi ormai ci sono, che i famigerati “tutor” russi esistano o no. E se non li hanno causati loro, è stata l’emulazione. “Il Blue Whale è una pratica che può suggestionare i ragazzi ed indurli progressivamente a compiere atti di autolesionismo, azioni pericolose (sporgersi da palazzi, cornicioni, finestre etc) sino ad arrivare al suicidio. Questa suggestione può essere operata dalla volontà di un adulto che aggancia via web e induce la vittima alla progressione nelle 50 tappe della pratica oppure da gruppi whatsapp o sui social nei quali i ragazzi si confrontano sulle varie tappe, si fomentano reciprocamente, si incitano a progredire nelle azioni pericolose previste dalla pratica, mantenendo gli adulti significativi ostinatamente all’oscuro.”

Per sapere cosa stia davvero accadendo non resta che attendere l’esito delle indagini e le dichiarazioni ufficiali degli investigatori. Intanto mi limito a rinnovare un invito, in aggiunta ai consigli delle autorità: non chiamate il Blue Whale “gioco”. Come fa la stessa Polizia Postale nella pagina che vi abbiamo indicato e dove “il blue whale challenge” è definito “una discussa pratica che sembrerebbe provenire dalla Russia che viene proposta come una sfida”. In questa pagina, e non è un caso, la parola “gioco” non ricorre mai. Anche se esistesse davvero così come ci è stato raccontato inizialmente, con persone private della libertà e costretti a un percorso di autolesioni e suicidio, non si tratterebbe di un gioco ma un orrendo plagio criminale. Del gioco non ha alcuna caratteristica. Chiamandolo “gioco” gli regalate un fascino che non merita, suscitando curiosità che bambini e ragazzi dovrebbero riservare ai giochi veri e propri.

An­drea An­gio­li­no (Roma, 1966), gior­na­li­sta, vive in­ven­tan­do gio­chi, scri­ven­do li­bri sul gio­co e por­tan­do il gio­co in scuo­le, bi­blio­te­che e ma­ni­fe­sta­zio­ni. Il suo gio­co da ta­vo­lo più dif­fu­so è Wings of Glo­ry (con Pier Gior­gio Pa­glia, Ares Ga­mes), de­di­ca­to ai com­bat­ti­men­ti nei cie­li del­le due guer­re mon­dia­li. Ha com­pi­la­to tra l’al­tro, con Be­nia­mi­no Si­do­ti, il Di­zio­na­rio dei gio­chi Za­ni­chel­li. I suoi li­bri e gio­chi sono tra­dot­ti in una ven­ti­na di lin­gue. A Wi­ki­ra­dio, su Rai Ra­dio Tre, rac­con­ta sto­rie di gio­chi e di gio­cat­to­li.

foto: pixaby.com

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