Autismo, e se fosse una forma radicale di saggezza?

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DI SANTA DI PIERRO                                                     Un perenne estraneo, imprigionato tra gente a lui sconosciuta, inconoscibile, e dalla quale ha pochissime speranze di essere realmente capito […] Ma è davvero importante capirsi?». Una notte ho sognavo che parlavi (Mondadori) è il primo libro di Gianluca Nicoletti su suo figlio Tommaso, autistico. Dove il giornalista Rai non solo racconta il suo rapporto totale con Tommy, ma soprattutto prova a rovesciare il punto di vista sull’autismo, puntando lo sguardo su una società arretrata che ancora sa poco o nulla di questa malattia.

Nicoletti si considera un padre fortunato, che non vive il distacco dei figli da sé, ma anche un padre segnato per sempre, costretto a una vita diversa da quella di tutti gli altri, a lavorare di notte o nei momenti in cui il lavoro di cura è meno totalizzante. “Perinde ac cadaver”, dedizione totale come richiedeva l’obbedienza gesuitica. Una presenza ossessiva, quella del figlio, che lo «ha reso molto più rapace (rispetto alla vita, ndr) nello sgraffignarne bocconi di felice soddisfacimento».

Genitori «emotivamente soppressi»

Il libro non nasconde i lati oscuri dell’autismo, che solo una persona che lo conosce da vicino può raccontare, e che quasi sempre sono taciuti e nascosti. La difficoltà di riuscire a controllare fisicamente un ragazzo nei momenti di crisi, la fatica fisica di contenerlo, che spesso porta a ferite e contusioni, soprattutto per le madri; la lotta costante con una società burocratica e cieca, che nega un permesso invalidi senza motivo e ti costringe a lottare finché non lo ottieni, che ha scuole dove questi ragazzi sono parcheggiati e non curati, che assegna assistenti a domicilio senza alcuna formazione. E poi, ancora, il problema della sessualità di chi è autistico, argomento dove il muro è impenetrabile, visto che i genitori che aiutano i figli in questa direzione (mostrando loro come ci si masturba) possono finire denunciati, ma non c’è nessuno che poi sappia dire come si fa se non si vuol reprimere questa dimensione fondamentale (e qui Nicoletti auspica figure professionali che si occupino di questo aspetto, come quella interpretata da Helen Hunt in The Sessions). Ma la lista delle sofferenze è lunga: il senso di colpa per tutto il tempo sottratto al lavoro, ma soprattutto agli altri figli. E poi la distruzione di una relazione d’amore («Non illudiamoci, un figlio autistico fa tracollare le armonie coniugali, prosciuga le passioni, incanutisce la vita di coppia»): genitori «emotivamente soppressi», che hanno abbandonato ogni frivolezza», la cui felicità non è messa mai a tema in alcuno spazio o discorso pubblico.

Autistici, spiriti liberi e «radar sull’umanità»

Tuttavia, nonostante questo, forse nell’autismo, avanza Nicoletti, si cela una forma di saggezza radicale. E se, ipotizza, il tentativo disperato di accattivarci le attenzioni degli altri fosse, anche quello, una sorta di patologia? «Noi psicolabili svisceriamo le nostre vite nell’anelito insaziabile di entrare in comunione con altre persone, di amarle ed esserne a nostra volta amati, di sopraffarle, di divorarle, di capirle, di essere compresi, adulati, stimolati». Loro no, non fanno nessuno sforzo per essere compresi né per comprendere. Non sono interessati a dover continuamente informare il mondo del loro punto di vista». «Radar sull’umanità», gli autistici potrebbero essere una sorta di «avanguardia della società futura», contro il barocco dell’iper-comunicazione e il superfluo relazionale. «Spiriti liberi» che non hanno nessun senso della complessità. Ma anche spiriti essenziali: Tommy «non spreca energie in atti controproducenti per il suo equilibrio». Ma ci sono altri aspetti che potrebbero far vedere gli autistici sotto una luce diversa: «Totale inconsapevolezza del concetto di morte, di fine, di tempo che si consuma, nessuna possibilità di addolorarsi, o sentire le menomazione di una perdita, nessun pensiero ossessivo del tipo “cosa avrà mai voluto dirmi mio padre?”». Nella sofferenza, comunque una forma di privilegio: e dunque sarà vero che questi ragazzi vanno “curati” nel senso tradizionale del termine? «Perché mai dovremmo trascinarli nel nostro mondo di teatrali manifestazioni e di drammi di nostri simili?».

Forse un’esistenza simile – è una provocazione, anche se come tale non lontana dal vero – sarebbe persino auspicabile per tutti  se non fosse che, ovviamente, gli autistici hanno bisogno di assistenza continua. E qui c’è il tasto più doloroso su cui tutti quelli che hanno un figlio disabile, diversamente abile, o meglio abile solo se assistito, convergono: il timore del “dopo”, in assoluto e in particolare in una società che non ha idee sul futuro di questi ragazzi, proprio perché non li conosce né capisce le loro potenzialità. Nicoletti si trova a girare per la sua città, Roma, guardando furtivo e desideroso ogni spazio abbandonato o riconvertito, vecchie caserme, case religiose, depositi, immaginando quella che lui chiama la sua utopica “insettopia”: una città dei ragazzi, un luogo dove autistici e non possano convivere e vivere, insieme magari ad artigiani in pensione che potrebbero insegnare loro molte cose. «La conquista di insettopia sarà la più importante battaglia della mia vita». Molto ardua, in una società senza visione e che taglia fondi ogni anno di più. Ma per loro, i genitori di figli autistici, indispensabile per provare a immaginare un dopo senza di loro, un esercizio mentale tanto fondamentale quanto dilaniante.

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